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ITACA

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con passione

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per una comunità

migliore

Il peer educator

La prevenzione è storia di tutti i giorni (pardon: di tutte le notti).

La prevenzione, si sa, è la migliore delle cure eppure è la meno praticata (e finanziata) delle azioni sociali: è certamente importante ma è anche quasi impossibile dimostrarne l’efficacia o misurarne gli effetti, quindi… meglio lasciar perdere.

La labile correlazione tra soldi spesi e ritorno di immagine di voti o di qualunque altra cosa sia costituita la moderna fabbrica del consenso, suggerisce più conveniente ricorrere ai più classici interventi riparativi: tardivi e inefficienti quanto si vuole ma visibili e tranquillizzanti.

Dal lontano 2006 la cooperativa Itaca realizza, con la supervisione scientifica del Dipartimento Dipendenze dell’Asl di Bergamo, progetti di prevenzione del consumo dell’abuso di sostanze. Questi progetti sono gli ultimi residui operativi di un modo di concepire l’intervento sociale in termini di proposta culturale, di promozione sociale, di sensibilizzazione etica collettiva. Però non è prevenzione da salotto o cultural-chic. E’ lavoro fatto sul campo, dove potrebbe manifestarsi il disagio, a contatto diretto con chi vive nei contesti in cui emerge il problema della dipendenza e dell’abuso.
Sono nottate passate dentro i locali di tendenza (al consumo, ovviamente), nelle discoteche in cui circola un po’ di buona musica e tanto altro, durante gli eventi aggregativi giovanili ma sempre di più adolescenziali.
Lo scopo è di poter dialogare con questi ragazzi e ascoltarli ma soprattutto renderli consapevoli, consapevoli delle scelte e della direzione che esse imprimono alla loro vita! Ma attenzione, questi giovani non sono ragazzi ormai persi o distrutti dalla droga e dall’alcool e neppure i figli estranei di altri: essi sono i vostri figli e i vostri nipoti, i figli dei vostri vicini di casa, gli alunni delle vostre scuole; noi vogliamo farli tornare a casa vivi, perché prima o poi si decidano a vivere.

Sembra banale ma la semplice verità è che non si può ottenere nulla senza che ciascuno di loro lo voglia. E come trasmettere il desiderio di cambiare senza coinvolgere se stessi nella proposta? Come tenere aperto il senso della vita se non mettendo in gioco il proprio vivere?

Come ci spiega Eridania Peci, referente dei progetti di prevenzione per la cooperativa Itaca
da qui nasce la scelta, seguendo le linee guida nazionali e internazionali e maturata all’interno di alcune incontri tra operatori e Ser.t, di proporre agli stessi giovani di diventare “operatori” di se stessi e della loro generazione. Essere per sé e per gli altri risorsa positiva. Farsi promotori di desiderio di cambiamento, essere soggetti di responsabilizzazione. E da qui la scelta di inserire dei peer educator nei nostri progetti, intendendo con questo termine dei ragazzi consumatori di sostanze e frequentatori dei locali.
Tecnicamente ciò consente di innalzare i livelli di efficacia dell’intervento e di migliorare i canali di comunicazione con i giovani. Professionalmente è un cambio radicale di visione: il giovane diviene protagonista attivo e risorsa per gli altri. Culturalmente significa riconoscere che ciascuno è responsabile della propria vita, senza vittimismi né moralismi speciosi e può trovare in sé e nel confronto con l’altro le ragioni e la forza per fare scelte consapevoli e libere.

Ci sembra importante sottolineare che i ragazzi che fanno questa scelta si impegnano a firmare un “contratto etico” per le serate di accompagnamento agli operatori in cui si impegnano a non utilizzare sostanze durante la giornata e a non portare sostanze con sé durante le uscite.

Abbiamo incontrato uno di questi ragazzi che chiamiamo peer educator (il suo nome è R. ma per comodo lo chiameremo Davide) e gli abbiamo chiesto di raccontarci come sta vivendo questa esperienza. Non è stato possibile ottenere una vera e propria intervista, ma ci ha scritto alcune note che riportiamo.

Davide abita in un piccolo paese della bassa bergamasca con i nonni e il fratello minore. Ha 19 anni e da pochi mesi è entrato nel mondo adulto attraverso la patente e un lavoro in una piccola azienda.

Ci scrive che ha iniziato a usare sostanze all’età di 14 anni in compagnia di amici. Usa alcool, cannabis e cocaina. All’età di 16 anni, incontra l’educatrice di strada del progetto giovani del suo paese e con lei inizia a “chiacchierare” del suo consumo.

L’educatrice, che per finta chiameremo Anna, diventa per Davide un punto di riferimento tanto che quando si chiede a Davide di aiutare gli operatori nei “progetti notte” nelle discoteche come peer lui accetta.
Davide spiega che durante le serate si sente utile per due motivi:
innanzitutto aiuta noi educatori che l’abbiamo aiutato e quindi – scrive – mi sembra una cosa buona.
Poi, continua Davide
anche a me capita ogni tanto di star male quando bevo o uso roba varia, quindi comprendo i ragazzi e mi piace aiutare le persone che non ce la fanno più.
Quanto ha contato il rapporto instaurato dalle educatrici di Itaca nel maturare queste scelte?

Davide afferma che <<le educatrici mi hanno colpito, sono riuscite a catturarmi e a aiutarmi perché sono semplici, matte, pazze e fuori di testa… ma poi molto preparate.

Un luogo comune che circola intorno ai giovani e agli adolescenti di oggi è che non sanno far tesoro delle esperienze, che non danno importanza a nulla e che tutto scorre su di loro senza lasciare traccia. Invece sentiamo cosa ci dice ancora Davide:
Penso, degli operatori, che siete molto gentili con i ragazzi che aiutate anche se diventano insopportabili a volte (i ragazzi, n.d.r).; e anche se in quel momento forse non ce ne si accorge, siete molto d’aiuto e poi se lo ricordano (sempre i ragazzi n.d.r.).
Davide conclude con queste parole le brevi note che ci ha trasmesso:
Per me le operatrici, quando torno a casa dalla serata in discoteca sono e rimangono un punto di riferimento per quando ho bisogno, anche solo di una chiacchierata.
Delle molte riflessioni che potrebbe suscitare questa semplice testimonianza, una balza immediatamente all’occhio, e cioè che non sempre ciò che incide profondamente è misurabile, quantificabile, oggettivabile perché, come scrive Saint’Exupéry ne “Il piccolo principe”: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.

Itaca si sente ancora più motivata ad ‘ostinarsi’ ad andare controtendenza e a tenere duro su interventi che sembrano da anni settanta/ottanta, quando circolavano i soldi e, soprattutto, le idee ma che hanno ancora molto da dire alla nostra società postmoderna e globalizzata..

I soldi, forse, oggi sono molto meno ma le idee invece, sotto sotto, continuano a circolare, a emergere, a spingere e a soffiare.

Lo dobbiamo a queste nuove generazioni condannate alla precarietà che noi “adulti” abbiamo creato per loro, lo dobbiamo a tutti i ragazzi che cercano un proprio modo di crescere e diventare uomini, a tutti i giovani che ogni notte incontriamo e ai quali auguriamo di venirci a trovare per diventare un altro Davide che sta iniziando a divertirsi in modo sano, anche in discoteca. Sarebbe un bell’inizio anche per noi.

Curato da Paolo Brevi
Questo articolo non sarebbe stato possibile senza la collaborazione degli operatori Andrea Vezzoli, Gloria Ferrari e Elena Verzelletti, cui va il nostro ringraziamento.